Il 17 gennaio, in occasione dei festeggiamenti in onore di Sant’Antonio Abate, le piazze e i vicoli del borgo antico si animano di maestosi ed ardenti falò: i “Fuochi di Sant’Antonio”.
La tradizione di accendere fuochi propiziatori per i raccolti della nuova stagione, proprio nel periodo più freddo dell’anno, ha origini pagane ed è legata all’apertura del Carnevale da tempo immemorabile. L’associazione di questi fuochi a Sant’Antonio Abate nasce dal fatto che nella mitologia cristiana Sant’Antonio è il guardiano dell’inferno, protettore degli animali e dei fabbricanti di spazzole di setola (che venivano fatte con le setole di maiale). A seguito della peste del 1656, nella quale perirono due terzi della popolazione del Regno di Napoli (a Vastogirardi il numero delle famiglie da 258 si ridusse a 88 nel giro di pochi mesi), la tradizione dei fuochi si propagò in tutti i paesi assumendo anche una valenza purificatoria. Il culto di Sant’Antonio Abate, chiamato in tutto il Regno “Sant’Antuono” per distinguerlo dal Santo di Padova, al quale era già dedicata una Chiesa nella piazza del paese, sotto la torre dell’orologio, la quale aveva anche funzioni di campanile, non poteva non propagarsi in una terra dove gli animali abbondavano e dove la transumanza ha costituito per millenni l’unico modello economico. La Chiesa matrice di San Nicola, un tempo completamente affrescata, conserva alcune parti di affreschi strappate ai muschi e all’umidità di anni di incuria, e in una di queste è ben riconoscibile Sant’Antonio Abate.
L’uso di appiccare fuochi nelle piazze e piazzette del borgo si è consolidato nei secoli e diviene più vivo proprio quando in molti paesi vicini se ne è persa la memoria. Ai giovani  viene affidata poi la tradizione di prelevare un po’ di brace dal fuoco del rione per trasferirla nel camino di casa ed utilizzarla per accendere il proprio fuoco. Con il grasso più puro del nuovo maiale veniva confezionato il pane di Sant’Antonio e con lo stesso grasso di produceva un unguento per curare l’infezione chiamata Herpes Zoster, più nota con il nome popolare di “fuoco di Sant’Antonio”. A Vastogirardi, come del resto in diversi paesi d’Abruzzo, le famiglie più abbienti usavano cuocere il mais sgranato e lessato per distribuirlo ai poveri (r’ sciusc ). Le persone più anziane ricordano ancora Maria Grazia di Serio, già vedova di Domenico Mascia, vittima del disastro minerario di Monongah nel West Virginia del 1907, poi compagna di vita del Notaio Scocchera, distribuire ogni anno, alla Valle Antonina, un mestolo di mais caldo ad ogni cittadino che lo desiderasse. Probabilmente per il suo aspetto esile venne chiamata “Graziungella”. (Testo a cura diClaudio Iannone.)