Sulla riva sinistra di Rio Penne, a partire da Rio dei Ginepri, in direzione nord, si estendeva il feudo dei Duca Petra di Vastogirardi. Verso il 1760 la famiglia Petra, proprietaria del latifondo, informò i coloni che era propensa a cominciare il dissodamento delle terre incolte. Allora, infatti, tutta la zona a sud di Monte Pizzi, detta precisamente Pizzigrandi, era costituita da un vasto bosco di cerri.

Il territorio si estendeva verso Rio dei Ginepri e il bosco si diradava con ampi spiazzi incolti. Su queste terre si spostò qualche nucleo familiare di Pagliarone, ma, nel frattempo si erano costituite parentele con abitanti del vicino centro di Roccasicura, ove spesso i nuovi abitanti di Pagliarone si univano in matrimonio. Per questo motivo, in quell’epoca giunsero sulle terre dei Petra alcuni coloni di Roccasicura.

Essi costruirono le loro capanne fatte, come dice un documento dell’epoca, con pietrame a secco e con paglia. Poiché uno di essi (la tradizione non precisa di quale casato egli fosse) aveva fama di giramondo, fu soprannominato “Trebande”; questo appellativo rimase a segnare il nome della contrada: Trebande figura ancora oggi nelle carte topografiche. Sta di fatto, però, e l’abbiamo potuto apprendere da prove incontestabili, che nel 1775 un certo Anastasio Milano con un fratello minore lasciò il natio villaggio di Forlì, entrò nel latifondo dei Petra e dopo avere attraversato la contrada di Trebande, ove già da qualche anno vi dimoravano pochi coloni, s’inoltrò sempre più nel bosco di cerri. A distanza di quasi due chilometri e mezzo da Trebande si fermò ai piedi di un colle, in prossimità di un avvallamento, dove trovò il bosco meno fitto e terre più facili da coltivare. Lì stabilì la sua dimora e dirimpetto a lui, all’altra parte del vallone, quella del fratello minore. Ma furono i suoi discendenti, e cioè il figlio Clemente e il nipote Baldassarre, ad ampliare il fondo, disboscando ancora e trasformando le loro capanne in case di pietra. In tal maniera riuscirono a ricoverare se stessi e il bestiame. Si aggiunsero a loro altri coloni, pure originari di Forlì; altri ancora, già coloni dei Petra, discesero da Vastogirardi. Un intero gruppo familiare di questi ultimi si stanziò a 300 metri più a sud del colle.

Formarono essi una borgata del tutto familiare, che porta tuttora il nome di “Vastaruolo”. Verso il 1810 i nuovi coloni avevano preso stabile dimora, frazionati però in piccoli gruppi distanziati tra loro. Man mano che disboscavano le terre, in segno di padronanza, le cingevano con mura a secco. Oggi, rimirando la zona, si rimane sorpresi nel constatare come queste lunghe mura, fatte di grosso pietrame, si susseguano e si intreccino, segnando i singoli fondi e gli accessi alle mulattiere. Queste mura sono costruite con esperienza, con simmetrica pazienza ed è facile supporre quanto lavoro esse siano costate agli appassionati, primi coltivatori. Ma le terre restavano pur sempre alberate, perché, come dote, rimanevano a distanza l’uno dall’altro i cerri e perciò la località continuò a chiamarsi “Cerreto”. Alcuni decenni dopo la zona passò in proprietà ai Genoino, in quanto il Marchese Andrea Genoino, da Cava dei Tirreni, sposò la Marchesa Vincenza Petra dei Duca di Vastogirardi. Più tardi, e cioè il 20 maggio 1860, la figlia di costoro, la Contessa Adelaide Genoino, sposò il cugino Nicola Petra, patrizio napoletano, Duca di Vastogirardi. I predetti non ebbero figli; così Nicola Petra lasciò unica proprietaria la consorte Adelaide e perciò l’intero patrimonio del Ducato di Vastogirardi e cioè parte del Castello, Cerreto, la Cocozza e gli altri appezzamenti, passarono ai fratelli Conti Francesco e Diego Genoino, residenti in Cava dei Tirreni. La parte del Conte Francesco passò alle sue figlie Maria, Clarice e Adelaide, la quale ultima ereditò il feudo di Cerreto.

La terra, in gran parte disboscata, fu avviata all’agricoltura e alla pastorizia, anche ad opera degli ultimi coloni affittuari, provenienti da San Pietro Avellana e da altri paesi vicini. La vita contadina si svolgeva così poveramente, senza nemmeno il fremito della scontentezza, non sapendo quali miglioramenti apportarvi. Fu proprio verso il 1895 che intervennero due fatti nuovi a destare le povere abitudini di questa gente ed a rompere il cerchio della solitudine: il passaggio della ferrovia e la possibilità di varcare il mare, in cerca di pane migliore. (Tratto da: La mia gente – Il Comune di Vastogirardi. Mario Milano. Verona 1974.)