A differenza di Vastogirardi, le due frazioni di Villa San Michele e Cerreto hanno un passato che risale al 1700. Villa San Michele fino a pochi anni fa era chiamata Pagliarone. Gli abitanti provenivano da Forlì del Sannio e con quel paese rimasero per molti decenni in vincoli di amicizia e tradizione. Infatti gli uomini venivano a lavorare nelle nuove terre e tornavano ogni sera a Forlì; poi costruirono per comodità le proprie case su quei terreni. Col passare del tempo i primi casati, tra i quali la tradizione annovera quelli di Lombardi Lorenzo, divennero più numerosi e la loro migrazione si rese stabile. I nuclei familiari si stanziarono sulla fascia di terreno che dalla confluenza di Rio Penne col Vandra si spingeva sempre più su. Le terre occupate erano quelle sui confini tra Vastogirardi, Rionero Sannitico e San Pietro Avellana. I terreni da loro coltivati furono dapprima soggetti ai signori di Forlì del Sannio poi, per tacite concessioni, all’ Abbazia di Monte Cassino, e quindi al Demanio di Montedimezzo. Nell’anno 1824 Pagliarone fu visitato da Francesco di Borbone, nel corso di un suo soggiorno, come si apprende dalle cronache del tempo. Nel settembre del 1824, Francesco di Borbone, non lontano Re di Napoli e delle due Sicilie visitò la provincia del Molise. Il giorno 10, dopo aver sostato a Isernia, attraverso il Macerone raggiunse Castel di Sangro e quindi la villa Reale di Montedimezzo. L’indomani uscì a cavallo e, accompagnato dal suo seguito, visitò tutta la zona. Dal diario dettato dal Principe ereditario in quella occasione, apprendiamo che egli cavalcò fino al guado Setteporte, percorrendo i confini del feudo in territorio di Forlì del Sannio e quindi, attraverso boschi e praterie, raggiunse la zona di Pignataro. Il Principe si disse stupefatto nel contemplare la parte orientale del panorama che si offriva alla sua vista, avendo di fronte l’ampio bosco di Carovilli e a nord-est la Montagna di Monte Pizzi in tenimento di Vastogirardi, che gli apparve caratteristico per la sua forma di puntute vette. Il Principe visitò quindi Vastogirardi la mattina del 16 Settembre e dal suo diario apprendiamo che il paese contava circa 1.500 anime. Fu ricevuto dalle autorità alla periferia dell’abitato e prese la benedizione nella chiesetta della confraternita di Santa Maria delle Grazie, ove l’attendeva l’Arciprete Giuseppe Scocchera. Quindi compì una visita nella zona fino all’abitato di Pagliarone, che allora contava circa 150 persone. Il Principe ebbe a constatare lo stato di estrema misera in cui versava la gente del luogo. Gli abitanti del villaggio, dopo anni di permanenza in quelle terre, rimasero delusi nella loro aspettativa di diventare proprietari. Cosicché, nel 1838, fecero ricorso in massa al Comune di Forlì, che ne assunse la difesa e con apposito atto deliberativo invitò gli organi provinciali a promuovere maggiore assistenza verso gli abitanti di Pagliarone. Ma il succedersi degli eventi non concesse tempo per la disamina di questi problemi. Il Comune di Vastogirardi, diventato Comune d’Italia, si trovò di fronte a problemi vecchi e nuovi da risolvere, con irrisorie entrate, privo di mezzi straordinari e scarsa assistenza degli organi centrali. La sua azione in difesa del villaggio di Pagliarone fu limitata e aspettò che le proteste per rivendicazioni, pur considerate legittime, si rinnovassero e fossero risolte per altre vie. « Devi sapere - mi diceva il nonno Antonio, ricco di anni e di conoscenze locali - che verso il 1870 si susseguirono vari inverni con abbondantissime nevicate. Gli abitanti di Pagliarone erano stanchi di dover raggiungere Vastogirardi, sito a 1.200 metri sul livello del mare. La distanza, l’asperità del suolo e cioè sentieri tra boschi esposti al rigore delle intemperie, rendevano desolante il cammino e al tempo stesso pericoloso. Essi, a causa di tutto ciò, preferivano raggiungere con minore fatica Forlì del Sannio posto a 800 metri ». E così gli abitanti di Pagliarone, dopo circa 30 anni di attesa dall’unificazione d’Italia, indirizzarono una protesta alla Prefettura di Campobasso, chiedendo il distacco da Vastogirardi e l’aggregazione al Comune di Forlì del Sannio. La petizione fu oggetto di discussione da parte del Consiglio Provinciale di Campobasso che, nella terza tornata del 14 settembre del 1887, iniziò la discussione del documento. In esso gli abitanti di Pagliarone dichiararono di essere originari di Forlì del Sannio, dove avevano avuto culla i loro avi, e che il predetto Comune si era dichiarato favorevole a riaccoglierli. I ricorrenti lamentavano anche di essere lasciati in disparte nella ripartizione dei benefici, mentre erano considerati uguali agli abitanti di Vastogirardi per le tasse. Essi descrivevano con amarezza la loro situazione e dichiaravano di essere totalmente abbandonati per quanto riguardava l’istruzione elementare e l’assistenza agli infermi. In particolare dichiaravano che il seppellimento dei morti costituiva un servizio faticosissimo, dovendo trasportarli al Cimitero di Vastogirardi, cioè a una distanza di sei chilometri. Il Presidente del Consiglio Provinciale era il Commendator Falconi e l’argomento, già a sua conoscenza, fu approfondito al massimo. Il Consiglio Provinciale, allo scopo di avere chiarezza di particolari, ritenne opportuno sentire in proposito il Commissario del Governo, il quale aveva compiuto una precisa ispezione nella località. Questi riferì al Consiglio la sua testimonianza. Dichiarò, a conclusione della sua esposizione, che il soddisfare la richiesta era opera di pura giustizia. A suo dire, infatti, la condizione di Pagliarone era deplorevolissima. Il Consiglio Provinciale votò all’unanimità per il distacco del villaggio di Pagliarone dal Comune di Vastogirardi; ma il Governo respinse la richiesta perché tali ritocchi amministrativi avrebbero comportato l’insorgere di altri problemi. Demandava però agli organi competenti di promuovere con sollecitudine le azioni di vitale miglioramento. Di fronte a questa solenne promessa le speranze della borgata rimasero deste e sta di fatto che i primi provvedimenti non tardarono molto. Per prima cosa fu istituito per la borgata il Cimitero; anche l’autorità ecclesiastica fu sensibile e infatti, essendovi stata adattata da poco la Chiesa dedicata a San Michele, inviò dai centri vicini, dapprima in tutti i giorni festivi e poi a periodi, un sacerdote, finché, sul finire del secolo, il villaggio ebbe il suo curato.

LA FRANA A PAGLIARONE

 

Quel mese di dicembre del 1933 era veramente piovoso. Le continue piogge avevano reso il terreno morbido, franoso. Rio Penne, straripando, aveva invaso il tratturo e gonfiandosi sempre di più raccoglieva i rigagnoli sparsi nella zona. Scendeva impetuoso verso Pagliarone e, passando di fronte all’abitazione rude e scolorita di Bastimento, ostacolava il passaggio di animali e pedoni. Le continue piogge torrenziali provocarono il primo smottamento di terreno e soltanto all’alba del 6 dicembre gli abitanti si accorsero dei gravi danni alle abitazioni. Fu un grido d’angoscia e la gente, riversandosi per le strade fangose, era in preda allo sgomento, alla paura. Intervennero subito dopo i tecnici del Genio Civile e la zona fu considerata geologicamente insicura. Seguirono altri rilievi e finalmente i lavori per la costruzione delle prime case popolari presso Monte La Penna, che raccolsero i primi e più disagiati sinistrati. (Tratto da: La mia gente – Il Comune di Vastogirardi. Mario Milano. Verona 1974.)