Il 6 dicembre 1907 a Monongah, cittadina del West Virginia, si consumò il più grave disastro minerario che la storia degli Stati Uniti d’America ricordi. L’incidente rappresenta anche la più grave sciagura mineraria italiana: dei 358 minatori deceduti, 171 furono italiani e, tra essi, anche il vastese Domenico Mascia. Figlio di Salvatore Mascia e Gelsomina De Dominicis, Domenico nacque a Vastogirardi il 2 febbraio 1867. Il 22 ottobre 1885 sposò Maria Grazia Di Serio, dalla quale ebbe un figlio, Emilio Mascia. Il 27 febbraio 1903 Domenico partì da Napoli con la nave Phoenicia per gli Stati Uniti, sbarcando a New York il 16 marzo successivo, per raggiungere a Pittsburgh lo zio, Giovanni De Dominicis. Morì nella miniera n. 8 a soli quarant’anni; i funerali vennero celebrati l’11 dicembre 1907. Oggi riposa nel Cimitero italiano di Monongah.
Il 6 dicembre 2007, in occasione del centenario della tragedia mineraria, un’ampia delegazione di autorità politiche, in rappresentanza della Regione Molise e dei comuni coinvolti nella tragedia, tra cui l’Assessore comunale di Vastogirardi Maria Teresa Lombardi, si recò a Monongah per rendere omaggio alle ottantasette vittime molisane del disastro. In tale circostanza, l’Amministrazione Comunale di Vastogirardi dedicò alle vittime del crollo della miniera ed in particolare al concittadino Domenico Mascia una targa ricordo, oggi esposta nella Sala Consiliare del Palazzo Municipale.

LA STORIA DEL DISASTRO MINERARIO
Alle dieci e ventotto del 6 dicembre 1907, due esplosioni in rapida successione sconvolgono le colline sovrastanti le gallerie 6 e 8 della miniera della FairmontCoal Company, di proprietà della Consolidated Coal Mine of Baltimore. Le terribili deflagrazioni fanno tremare la terra, come per un terremoto, in un raggio di diversi chilometri. L’eco viene avvertita fino a venti miglia di distanza. Per lo spostamento d’aria, frammenti di alcuni motori, pesanti più di mezzo quintale, vengono scagliati a centinaia di metri dalla miniera. Appena il suono delle esplosioni si disperde e si esaurisce l’effetto delle vibrazioni, sulla sponda del fiume West Fork, dove sono le capanne abitate dei minatori, si alza un coro di grida acute e strazianti, quelle delle mogli e dei figli dei minatori che qualche ora prima sono andati al lavoro. Centinaia di persone si raccolgono davanti alle entrate dei pozzi, da cui fuoriesce un fumo denso ed aspro. Le voci, i dialetti, le lingue si accavallano: si parla americano, turco, tedesco, ungherese, polacco, russo e soprattutto italiano. Più tardi, l’intervento dei custodi della miniera e della polizia, con fatica, riuscirà a spostare quella folla angosciata e urlante a una qualche distanza, in modo da consentire l’avvio dei soccorsi.
I minatori dell’altro turno di lavoro convergono intorno agli ingressi delle gallerie, ma devono arretrare di fronte agli incendi ancora attivi e al fumo denso e soffocante. Appena la notizia dell’incidente si diffonde nella zona, i lavoratori delle altre miniere si fermano e si offrono per prestare i primi soccorsi. Altri volontari, provenienti da Fairmont e dalle zone contermini, si uniscono a loro in numero crescente, integrando le prime squadre d’intervento, che incontrano tuttavia gravi difficoltà. Le gallerie devastate dalle esplosioni sono situate ai lati opposti del fiume. Esse sono collegate tra loro, a forma di ferro di cavallo, da una galleria sotterranea di avanzamento e, in superficie, da un ponte e da un impianto di scarico del carbone. I primi soccorritori rinvengono nei pressi delle entrate delle gallerie sei corpi di minatori, gravemente feriti. Si tratta di lavoratori che, al momento delle esplosioni, erano all’ingresso della miniera e che sono stati proiettati a molti metri di distanza. I quattro che si salvano, tutti italiani, riferiscono che dietro di loro vi era un gran numero di lavoratori che cercavano di imboccare l’uscita. A pochi metri dall’ingresso, vengono ritrovati i primi sei corpi, devastati dalla deflagrazione. Le gallerie, anche nelle parti terminali più aerate, sono invase dal fumo e da insopportabili gas di combustione. Le squadre d’intervento, dopo i primi tentativi, sono costrette a uscire, riportando alcuni soccorritori svenuti. Tre di loro muoiono in conseguenza dei gas respirati. Con le dotazioni tecnologiche del tempo, è impossibile resistere all’interno più di un quarto d’ora, il che rende estremamente problematica la possibilità di spingersi in profondità. Tra i primi e più audaci soccorritori si distingue l’addetto consolare italiano, il siciliano Giuseppe Caldara, residente a Fairmont, che alle prime notizie dell’evento si precipita a Monongah e con il suo esempio induce molti connazionali a farsi parte attiva negli interventi.
Alle difficoltà di recuperare un numero così grande di morti nelle precarie condizioni in cui si trovano le gallerie, si aggiunge quella di riconoscere i corpi che le squadre di soccorso estraggono di continuo dalla miniera. La maggior parte sono carbonizzati e quasi tutti orribilmente sfigurati. Il 9 dicembre, un giornale locale (“The Pittsburgh Dispatch”) scrive: “Oltre ai corpi dilaniati degli uomini e dei ragazzi, catturati dalle fiamme avvolgenti della terribile esplosione, sono stati portati alla luce dieci muli e una mezza dozzina di cavalli. Altri centinaia usati nella miniera sono stati ridotti in frammenti… I corpi che non sono stati ridotti in pezzi sono carbonizzati e bruciati in modo irriconoscibile”.
Arrivano sei vagoni carichi di bare, a stento sufficienti per le necessità. La camera ardente viene allestita nelle sale della First National Bank e, quando queste non bastano più, sui marciapiedi del corso principale della cittadina. Intorno ad esse si muovono gruppi piangenti di parenti che portano l’ultimo saluto ai loro cari o che si muovono nel tentativo di identificarne il corpo. Non mancano dispute tra gruppi diversi, che ritengono di riconoscere il rispettivo congiunto nella stessa persona. Le bare vengono indirizzate verso il cimitero protestante o verso quello cattolico, a seconda della confessione del defunto. Già dopo i primi giorni, la capienza del piccolo cimitero cattolico si esaurisce, per la prevalenza di italiani, ungheresi, polacchi tra i defunti. La compagnia proprietaria della miniera mette a disposizione un acro di terra della zona mineraria, dove sorge un nuovo cimitero, destinato a diventare il luogo della memoria degli scomparsi. I corpi irriconoscibili vengono sepolti in una fossa comune, che ne accoglie 135, la cui identità si dissolve con il tempo. Nonostante l’assidua pressione dei familiari intorno alle operazioni di recupero e l’attenzione dell’opinione pubblica americana, in particolare dei movimenti più vicini al mondo del lavoro, il numero preciso delle vittime diventa fin dai primi giorni un elemento d’incertezza e di disputa, che non troverà una soluzione definitiva nemmeno a distanza di decenni. Il recupero delle salme, comunque, ritardato dalla precaria situazione della miniera, continua giorno per giorno ad allungare il rosario delle vittime.
La commissione nominata dal Coroner titolare dell’inchiesta giudiziaria con il compito di identificare i morti parla di circa “350 scomparsi”. Il Monongah Mines Relief Committee, costituito per distribuire gli aiuti ai familiari degli scomparsi nel disastro, dopo complessi contatti con le autorità dei paesi di provenienza delle vittime ed elaborate ricerche, proporrà nel novembre del 2008 la cifra di 358, che resterà quella “ufficiale”. Ad essa aggiungeva l’indicazione di 250 vedove e di circa 1000 orfani, rimasti senza sostegno. La maggior parte degli scomparsi – 171 –  risulterà essere di italiani, provenienti in grande maggioranza da regioni meridionali come il Molise (87), la Calabria (44), l’Abruzzo (14), la Campania (14), la Basilicata (6), la Puglia (1), ma anche da altri comuni del Piemonte (1), del Veneto (1), del Lazio (1). Tra le località di provenienza dei minatori, due comunità sono drammaticamente colpite: Duronia, in Molise, che nel disastro perde 36 dei suoi concittadini, e San Giovanni in Fiore, in Calabria, che ne vede scomparire 30. Gli altri comuni molisani coinvolti sono: Frosolone (con 20 morti), Fossalto (8), Torella del Sannio (12), Bagnoli del Trigno (3), Vastogirardi (1), Pietracatella (7).
Dopo una lunga pausa di silenzio, a metà degli anni Cinquanta, sarà il reverendo Everett Francis Briggs, in servizio fino alla sua morte, avvenuta nel 2006, nell’area del West Virginia dove era avvenuto l’incidente minerario, a riaprire il caso adoperandosi per assistere, sia pure a distanza di mezzo secolo, i parenti degli scomparsi e costituendo una commissione avente il compito di erigere una statua commemorativa. Egli dirà che la presenza di lavoranti non registrati rende poco attendibili le stime ufficiali e che, in ogni caso, si deve realisticamente pensare a una cifra di scomparsi superiore alle 500 unità. Qualche anno fa il periodico italo-americano “Gente d’Italia” è tornato sulla questione e ha condotto una vera e propria campagna volta a contrastare la secolare rimozione della vicenda e a sensibilizzare le autorità nazionali e locali, in Italia e negli Stati Uniti, sulla più grave tragedia mineraria accaduta negli USA e sul sacrificio che gli emigrati italiani hanno subito. La cifra rilanciata dal giornale in lingua italiana, tra le 500 e le 1000 unità, porterebbe praticamente a raddoppiare il numero delle vittime, in base alla considerazione che la presenza di fatto nella miniera di familiari e collaboratori non sia mai stata precisamente valutata.
La questione delle responsabilità dell’incidente, evocata fin dalle prime ore dai parenti delle vittime e dagli altri minatori che vivono nella zona, viene ripresa ed enfatizzata dagli organi di stampa americani e da quelli italiani pubblicati negli USA. La voce più diffusa è che, essendosi succeduti alcuni giorni di festa per la ricorrenza di Santa Barbara, patrona dei minatori, e per quella di San Nicola, lo stesso giorno dell’incidente, i ventilatori siano stati fermati dalla ditta per risparmiare energia. I gas, in questo modo, si sarebbero accumulati nelle gallerie, con la conseguenza di favorire le esplosioni non appena ripresi i lavori di scavo. La Compagnia rigetta le accuse e ritiene che la vera causa delle esplosioni deve essere fatta risalire a disattenzione di qualcuno degli stessi minatori, che non avrebbe osservato le regole di sicurezza previste per lo scavo del minerale. Restano in campo, dunque, solo congetture, come quella che fa risalire l’incidente all’imprudenza di qualcuno dei “raccoglitori d’ardesia”, i giovani aiutanti dei minatori, o quella che collega l’innesco dell’esplosione al trancio di un cavo elettrico da parte di un carrello fuori controllo. Sul piano tecnico, anche se le formali conclusioni delle inchieste parlano di uno scoppio o di casuale incendio della polvere di carbone, l’ipotesi più compatibile con le gravi devastazioni verificatesi sembra quella di un’esplosione di grisou, che avrebbe provocato l’incendio degli strati di polvere sottile di carbone. (Tratto da: Monongah, cent’anni di oblio. A cura di Joseph D’Andrea. Cosmo Iannone Editore, Isernia, 2007.)